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Meditazione per il ben-essere


h2>La meditazione tra Oriente ed Occidente Meditazione: una parola che oggi evoca smilzi orientali a gambe incrociate, richiamando una trascendenza “altra” o magari uno stato di rilassamento.

La parola meditazione, tuttavia, è molto più antica ed appartiene da secoli al nostro vocabolario. I latini utilizzavano la parola meditatio per indicare il raccoglimento interiore di chi prega, all'interno sempre di un contesto di matrice cristiana. Altro esempio di meditazione è la seconda parte della lectio divina, metodo sviluppato per lo studio dei testi sacri della religione cristiana: in questi casi il momento della meditatio corrispondeva alla riflessione sul testo o il brano letto.

Filosofi e monaci cristiani praticavano anche la “meditatio mortis”, momento in cui si visualizzava la propria morte per contattare la vacuità delle preoccupazioni terrene.

Questo in Occidente, o almeno relativamente al bacino religioso Cristiano.

Se la meditazione dei latini era ed è essenzialmente riflessione, la meditazione orientale è invece concentrazione, o anche puro sguardo diffuso che non implica una razionalità attiva.

Ovvero: meditare (secondo gli orientali) non significa ragionare su qualcosa.

Dhyāna, la meditazione secondo gli induisti, è quella che corrisponde più da vicino all'idea popolare di meditazione, almeno se ci riferiamo alla postura del corpo.

Dhyāna, ovvero visione (da dh- = vedere), è un tipo di meditazione molto antico, basato non sul ragionamento attivo ma sull'osservazione delle proprie immagini interiori o di tutto quel che ci circonda, grazie ad una funzione mentale (o sovramentale) definita “osservatore”.

Tutta la spiritualità indù, infatti, postula la presenza di un “osservatore”, un centro di visione e percezione totalmente distinto dall'ego personale. Attraverso la meditazione andrebbe attivata questa funzione osservatrice originaria, che sarebbe in grado di accorgersi del fluire di tutti i processi interiori senza identificarsi con essi.

Difficile da capire? L'esempio classico è quello dello “sguardo dall'alto”, ossia dell'osservare i propri pensieri, le emozioni ed il corpo senza esserne “dentro”, semplicemente guardandoli andare e venire. La pratica della meditazione, se assidua e corretta, condurrebbe così a stati di coscienza più elevati e “puri” toccando la pura “consapevolezza senza oggetto”.

I buddhisti hanno approfondito nel tempo queste pratiche, distinguendo due tipologie principali di meditazione:

  • La meditazione Samatha, ovvero la cosiddetta “meditazione di concentrazione”;
  • La meditazione Vipassana, ovvero la “meditazione di visione”;


Samatha è la meditazione concentrata, ovvero la concentrazione (ad occhi chiusi) su un oggetto specifico (colori, ma anche immagini del buddha, stati emotivi, il respiro ecc).

Vipassana, invece, è una tappa generalmente successiva e riguarda la meditazione “aperta” a tutti gli stimoli, ossia la consapevolezza a 360° di sè e di quel che ci circonda, rumori dell'ambiente inclusi.

La postura di meditazione

Per la pratica della meditazione è generalmente richiesto l'utilizzo di una specifica postura del corpo, che faciliti la concentrazione e/o l'assorbimento meditativo.

La postura classica del meditante orientale è la cosiddetta posizione del loto, a gambe incrociate e schiena dritta. Molto si è detto sulla postura di meditazione, ma è bene specificare che questa differisce a seconda delle scuole, degli indirizzi spirituali o anche del fine che si intende ottenere. In tutti i casi, fondamentale per il raggiungimento di uno stato meditativo è la quiete del corpo, ossia l'immobilità totale del corpo in una posizione che non generi fastidi e sia il più possibile dritta e rilassata.

Per creare un allineamento stabile del corpo, ci si può sedere a gambe incrociate su un cuscino, stando attenti a sollevare il bacino (le ginocchia non si troveranno più in alto delle ossa dell'ischio) ed utilizzare magari un tappetino alla base di piedi e caviglie. La schiena si mantiene naturalmente dritta, il mento leggermente rientrato, gli occhi rivolti in avanti, le braccia dolcemente appoggiate sulle gambe. Le gambe, appunto: possiamo incrociarle, a loto o mezzo loto; o anche sedere in ginocchio, magari con un cuscino sotto le anche. La posizione richiede un minimo di allenamento, ma anche meditare da seduti può giovare se acquisiamo familiarità con la postura.

Esempio di una seduta di meditazione

Premesso che all'inizio è sempre meglio imparare da un insegnante qualificato, ecco un esempio di seduta di meditazione classica:

  1. Trovare un luogo tranquillo e possibilmente poco rumoroso;
  2. Spegnere le luci;
  3. Sedere in una posizione comoda, mantenendo la schiena ben dritta e sciogliendo ogni tensione;
  4. Mantenere fermo il corpo, evitando di muoversi per grattarsi o altri movimenti. Possiamo concederci qualche minuto per trovare la posizione più adatta a noi;
  5. Chiudere gli occhi;
  6. A questo punto, cominciare ad osservare (ad esempio) il flusso del proprio respiro, portando l'attenzione sul ventre che si gonfia e si sgonfia;
  7. Mantenere l'attenzione sul ventre per un tempo definito (5-10 minuti vanno bene, all'inizio), cercando di non “seguire” i pensieri che salgono alla mente ma allontanandoli con dolcezza. Ogni volta che il pensiero si allontana, ritornare al movimento armonioso del ventre, cercando di non modificare il ritmo naturale del respiro;
  8. Riaprire gli occhi, ritornando lentamente in piedi;


Quanti tipi di meditazione?

Abbiamo parlato di meditazione cristiana e filosofica, ma anche di meditazione indù e buddhista. Esistono in realtà molte pratiche associabili alla meditazione, tutte legate al raggiungimento di specifici stati di coscienza.

Troviamo qualcosa di simile alla meditazione nell'Islam sufi, dove esistono molti metodi di concentrazione legati a specifiche confraternite di mistici; un modello di meditazione “laica” si può forse identificare nella mindfulness, pratica di consapevolezza sviluppata da Jon Kabat-Zinn sulla base delle tecniche tradizionali.

I benefici della meditazione

Gli insegnamenti tradizionali parlano di numerosi benefici spirituali associati alla pratica assidua della meditazione, che includono il raggiungimento di elevati stati di coscienza.

Cosa aspettarci, invece, da un corso di meditazione sotto casa? Non l'illuminazione, probabilmente, ma qualche beneficio senza dubbio. La psicologia occidentale ha monitorato negli ultimi anni l'attività cerebrale dei meditanti, oltre a studiare le conseguenze della pratica meditativa sulla vita personale e sociale. Uno studio del National Center for Complementary and Alternative Medicine (2011) ha evidenziato come la risonanza magnetica del cervello di 16 meditanti mostri evidenti differenza tra il prima e il dopo un ritiro meditativo di 2 settimane!

Più in generale i benefici della meditazione riguardano i processi di memoria, la concentrazione, la gestione delle emozioni, ma si riscontrano anche su patologie come la depressione, l'ansia, i disturbi dell'umore e i disturbi alimentari.

La consapevolezza meditativa offre una nuova apertura alla realtà, inclusiva e tollerante, in grado di educare in sè un polo osservante migliorando così la capacità di autoascolto, auto-osservazione e consapevolezza dei propri vissuti nel qui-ed-ora.

Resta da ricordare che, come per qualunque altra pratica, è l'assiduità a garantire un risultato e un beneficio riscontrabile.

 








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